Valori Cultura e Sociale • 29 March 2007

Essere Italiani. Islam: tra immigrazione ed integrazione, oltre il velo (03/2007)

Il 28 marzo 2007 l'Associazione Italia Protagonista ha organizzato un incontro sul tema “Essere italiani. Islam: tra immigrazione ed integrazione, oltre il velo”. Hanno aperto l'incontro Marco Scotto Lavina e Gian Luca Bianchi, poi sono intervenuti Maurizio Belpietro (Direttore Il Giornale), Soud Sbai (Direttrice di Al Magrebia), on. Angelo Sanza ed on. Maurizio Gasparri Il rapporto dell’Italia e del cosiddetto mondo occidentale con l’Islam è una delle questioni più articolate e complesse del nuovo secolo, che viene sentita come un problema vitale non solo dai vertici politici, culturali ed economici ma, soprattutto, da buona parte della gente comune. Nell’epoca in cui viviamo, i flussi immigratori - regolari ed irregolari - sono divenuti intensi, quasi incontrollabili, praticamente inarrestabili, soprattutto per un Paese come il nostro che è caratterizzato da una così vasta fascia costiera. È vero anche che l’Italia ha bisogno di forza lavoro regolare proveniente da oltre confine. Per ciò, rispetto a questo quadro, è già evidente la necessità di regolare adeguatamente l’immigrazione ed il processo di integrazione, anche rispetto alle sacrosante esigenze di sicurezza riscontrabili nel sentimento comune degli italiani. Rispetto all’Islam la questione dell’integrazione presenta una maggiore complessità. In primo luogo, il mondo mussulmano rappresenta, da secoli, una complessa realtà religiosa, politica, sociale e culturale con la quale si confrontano quotidianamente e si scontrano periodicamente quasi tutti gli Stati, soprattutto quelli del bacino del Mediterraneo. In secondo luogo, comunemente, un fedele di questa religione sente di appartenere innanzitutto al popolo mussulmano, ne segue più o meno rigorosamente le regole spirituali e pratiche, nonché le tradizioni. Solo successivamente il fedele si adatta al contesto dello Stato in cui abita e lavora, spesso non sentendosi mai pienamente cittadino dello stesso. È questa una concezione della vita che è notevolmente diversa da quella che contraddistingue comunemente il nostro modo di pensare e quello del mondo Occidentale. È appena il caso di ricordare i drammatici eventi avvenuti in Inghilterra ed in Francia, che dimostrano quanto sia difficile una completa integrazione. Inoltre, il nostro Paese ha una propria storia, una propria identità socio-culturale ed un proprio importante sistema di valori tradizionali, molti dei quali legati al cattolicesimo. Essere italiani significa avere una piena coscienza di ciò, ma anche avere la capacità di apertura, di dialogo e di accoglienza, purché ciò avvenga sempre con chi mostra tolleranza e reciproco rispetto. Bisogna ricordare che già Roma antica era la capitale di un grande impero multi-culturale. Come molti sostengono, coloro che decidono di vivere e lavorare in Italia dovrebbero scegliere di integrarsi e dovrebbero compiere un percorso effettivo di apprendimento della nostra lingua, delle nostre usanze e delle nostre tradizioni socio-culturali. E ciò, naturalmente, comporterebbe che la cittadinanza non dovrebbe mai essere accordata indiscriminatamente a tutti e che - a differenza di quanto alcuni pretendono - le nostre “regole del gioco” non dovrebbero essere modificate tout court per rispondere alle pressioni provenienti dai nuovi venuti. Infine, non si può sottovalutare la determinazione dei fondamentalisti e la diffusione del proselitismo integralista, con quei modi violenti di intendere la fede che sono alla base del pericoloso fenomeno del terrorismo islamico. Rispetto ad esse, le risposte, diplomatiche o di guerra, sinora adottate dalla comunità internazionale e dai paesi Occidentali non sembrano essere state pienamente efficaci. In alcuni Stati arabi, anche laddove precedentemente la società e le istituzioni erano laiche, si è manifestata un forte deriva verso l’integralismo islamico, che continua ad alimentare un pericoloso ed incontrollabile scenario di scontro e di odio. Di fronte a questa avanzata del fronte fondamentalista, sembra confermarsi effettivamente che - come si sostiene nel film il “Mercante di Pietre” – “le democrazie hanno in se una debolezza: che si svegliano troppo tardi”. Il relativismo dirompente, il buonismo inconsistente e le reazioni tiepide di certi gruppi che hanno pregiudizi antioccidentali non consentono di perseguire adeguatamente gli agenti del terrore internazionale ed i loro mandanti. Attraverso le scene agghiaccianti trasmesse dalle televisioni è possibile osservare quotidianamente le azioni della componente violenta dell’Islam radicale, quella dei rapimenti, dei kamikaze, delle stragi, dei momenti di esaltazione collettiva, della Jahad, ovvero della guerra religiosa contro il mondo libero e liberale. Tutto ciò rende più intenso il senso di insicurezza presente nel popolo italiano - come più in generale nel cosiddetto Occidente libero – rispetto agli immigrati islamici. Tutto ciò nuoce al processo di integrazione di tutti quei lavoratori onesti che rappresentano una risorsa al servizio del Paese, come riconosciuto nei principi fondanti della Legge Fini-Bossi approvata dalla Casa delle Libertà nella scorsa Legislatura. Nell’ambito della Destra italiana c’è un importante dibattito su questo tema: stiamo provando a guardare oltre quel velo che talvolta sembra essere pesante e spesso come una parete molto resistente. Esistono delle importanti diversità di pensiero e delle reali differenze culturali, che rendono assai complesso il dialogo con il mondo islamico. Ma bisogna provare fino in fondo a comprendere come andare oltre il muro, oltre quel velo ed i suoi numerosi misteri. di Gian Luca Bianchi

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