L’
On. Menia, fautore della Legge che ha istituito la “Giorno del Ricordo”, parteciperà al
convegno “Foibe, l’altra memoria” che sarà organizzato per il prossimo
mercoledì 14 febbraio 2007 alle
ore 15.00 presso l’aula P9 della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
Interverranno, inoltre, il
Presidente Nazionale del Comitato 10 Febbraio Ing. Blasevich ed il
Direttore dell’Archivio del Museo Storico di Fiume Dott. Micich
Seguirà la presentazione e l’esposizione della
mostra fotografica sul “Giorno del Ricordo”

L’evento rappresenterà un’importante occasione per rappresentare la
storia di quanto accadde, circa sessanta anni fa, sul
confine orientale d’Italia, informando e sensibilizzando i giovani sulla
tragedia dei martiri delle foibe e sul dramma dei 350.000 esuli istriani, giuliani e dalmati.
La Legge istitutiva del “Giorno del ricordo” (n. 92 del 30 marzo 2004) rappresenta una storica vittoria per il popolo italiano e per il mondo della Destra nazionale, che per anni si è battuto affinché l’
Italia tributasse il giusto riconoscimento ai martiri del nostro confine orientale: un tributo che è giunto dopo sessant’anni dalla fine della II Guerra Mondiale, attraverso un paziente e lungo lavoro di
ricostruzione della memoria storica del nostro popolo.
Dopo troppi decenni di oblio, il nostro Paese
sta restituendo dignità alla memoria delle
migliaia di italiani trucidati barbaramente nelle foibe e a tutti quei connazionali costretti all'
esilio dalle terre natie, che presero la dura via dell’esodo e finirono in uno dei
109 campi profughi allestiti in Italia: fu questa l’unica opportunità di salvezza dalla
repressione dei partigiani comunisti del Maresciallo Tito e dalla loro sistematica
pulizia etnica.
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FOIBE, L’ALTRA MEMORIA
UN BREVE APPROFONDIMENTO
Dopo sessanta lunghi anni di battaglie politiche, civili e giudiziarie – fortemente ostacolate dal vecchio regime penta-partitico e dai comunisti - finalmente nel 2004 è stata
aperta la strada alla “memoria” . Infatti, con la Legge n.92 del 30 marzo 2004, il Parlamento italiano ha provveduto all’istituzione del
10 febbraio quale data ufficiale del “
Giorno del ricordo” in memoria delle tragedia delle
vittime delle foibe, del dramma dell’
esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e alla concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”. Un scelta importante che ha consentito di dare voce a quelle “tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi e il silenzio dei morti”.
Nonostante la ricorrenza ufficiale, ancora oggi
non tutti sanno o fanno finta di non sapere cosa sono state le foibe e cosa hanno rappresentato.
Letteralmente, "foiba" deriva dal latino
fovea che significa fossa, cava, buca. Le foibe sono infatti voragini rocciose irregolari che si sviluppano in ampiezza e profondità all'interno del sottosuolo e l'erosione della pietra è causata dall'acqua piovana e dai numerosi corsi d'acqua sotterranei. In origine, venivano utilizzate come vere e proprie discariche, nelle quali veniva gettato ciò che non serviva più (carcasse di animali, derrate alimentari avariate, sterpaglie, macerie e altro ancora), ma negli anni '40 esse assunsero invece un'altra macabra “funzione”, divenendo la tomba naturale di migliaia di persone.
Nell’
autunno del 1943, subito dopo
l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, i territori del confine orientale del Paese rimasero sostanzialmente abbandonati dai soldati italiani. Complice anche la caduta del fascismo, l’esercito italico era, infatti, in rotta poiché mancava di una guida politica e militare. I tedeschi, invece, non si curarono di difendere gli italiani che avevano “tradito” con la firma dell’armistizio. In queste condizioni, ebbero facile gioco i
partigiani comunisti jugoslavi di Tito, i quali, rivendicando diritti sull'area di Trieste e sull’Istria,
massacrarono, fucilarono e gettarono nelle foibe centinaia di nostri concittadini additati quali “nemici del popolo”. Questa prima tragica ondata causò circa un migliaio di inermi vittime.
La vera tragedia avvenne dopo l’
aprile del 1945. Nei quaranta giorni successivi alla liberazione, si scatenò un
incubo per migliaia di cittadini innocenti, che vennero torturati, uccisi o deportati perché colpevoli di essere italiani o anticomunisti. Gli ordini di Tito, che nel frattempo era riuscito ad
entrare a Trieste insieme alla sua IV armata, erano chiari:
epurare subito, punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell'odio nazionale, quindi a pagare non furono solo i fascisti, ma anche militari e civili italiani, civili sloveni e croati. In definitiva chiunque si opponesse all'annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia fu vittima di arresti, processi fittizi, deportazioni, torture e fucilazioni.
La strada verso la morte cominciava con degli sconosciuti che bussavano alla porta ed invitavano la persona a seguirli per un controllo al Comando partigiano. Qui venivano
realizzati frettolosamente dei processi sommari nei quali gli imputati non avevano
né avvocati difensori né testimoni a proprio favore: così, dopo brevi istruttorie, si arrivava al cospetto dei giudici che, emettevano immediatamente le
sentenze di colpevolezza senza possibilità di appello e nella gran parte dei casi prevedevano per i malcapitati la pena capitale. In molti casi, si è proceduto al massacro senza passare per il finto tribunale.
Dopo la sentenza di morte le vittime venivano portate sul luogo dell'esecuzione a bordo di autobus con i vetri oscurati da vernice bianca, mezzi che divennero tristemente famosi in Istria col nome di “
corriere della morte”. In molti casi, giunti sull'orlo dell'abisso, i carnefici davano inizio all'esecuzione sparando un
colpo di pistola o di fucile alla testa della vittima, facendola così cadere all'
interno della voragine nella quale trascinava con sé il compagno ancora vivo a cui la stessa vittima era legata (con filo di ferro). Molti venivano bastonati, molte sono state stuprate. L'agonia di questi sventurati poteva durare giorni interi e le loro
grida ed invocazioni di aiuto venivano udite dagli abitanti della zona, ma la paura ed il terrore che regnava ovunque impediva di avvicinarsi alle foibe. Questa mattanza si protrasse per alcune settimane. Infatti, grazie all’ingresso a Trieste degli anglo-americani, la tragedia rallentò, anche se la persecuzione durò almeno fino al 1947.
Per quanto riguarda la quantificazione delle vittime un'indagine minuziosa del Centro Studi Adriatici, pubblicata nel 1989, parla di
10.137 vittime: 994 infoibate, di cui 326 accertate ma non recuperate dalle profondità carsiche; 5.643 vittime presunte sulla base di segnalazioni locali; 3.174 decedute nei campi di concentramento jugoslavi.
Da uno studio medico-legale eseguito su centoventuno infoibati recuperati nel dopoguerra, è emerso che le ragioni dei decessi sono state:
- proiettili d’arma da fuoco, si solito sparati al cranio;
- precipitazione dall’alto con gli effetti che ne derivano: fratture multiple, commozione, shock traumatico grave, embolia, ecc.
- trauma da corpo contundente (bastone, calcio di fucile, bottiglie, ecc.) o acuminato con conseguenti fratture.
Il decesso non è stato, quasi mai, immediato: è ammissibile anche che, nonostante ferite e traumi, la morte sia avvenuta a distanza di tempo o per sete o per fame…
Leggendo i fatti, è evidente che sono stati molti coloro che hanno avuto
interesse ad insabbiare questa pagina di storia ritenuta inopportuna sotto il profilo della politica internazionale e degli equilibri politici interni al Paese. L’occultamente è stato facilitato perché non sono stati fatti trovare documenti filmati della barbarie. Oggi, grazie a chi non ha voluto dimenticare e chi ha da sempre condotto una battaglia per riportare alla luce squarci di verità, è stato possibile restituire un minimo di dignità ai nostri fratelli italiani cacciati dalle loro case e dalle loro terre o massacrati sul confine orientale, mostrando finalmente nomi, cognomi, volti, lapidi, testimonianze a tutto il popolo italiano.
MOSTRA ESPOSTA NELL'ATENEO DI ROMA 3

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